mercoledì 31 ottobre 2012

Un week-end con La Cucina Italiana

“Con grande piacere ti annunciamo che sei stata scelta per venire con noi a Bagolino il 20 e 21 ottobre!”
(per chi non lo sapesse il motivo è questo Contest).

Reazione immediata: urletto da matta seguito da un: “Che figata!!! Non ci posso credere!!!”(a voce bassa, ovviamnete, ero a lavoro)…Mi giro, guardo il mio collega –ingegnere-uomo- “Fede! Ho vinto!” la sua espressione rimane invariata, accenna un vago sorriso mentre sicuramente dentro di se sta pensando: “Questa è matta, ma di brutto anche!”…Mi giro di nuovo cercando “una faccia amica” che possa capirmi…sempre e solo uomini, uomini-ingegneri…che disdetta. Continuo a saltellare sulla sedia e dentro di me sto correndo avanti e indietro per lo studio urlando “Ce l’ho fatta!!! Sono una galla!!!” (si, sono matta, lo so…mi ha attaccato quest’espressione idiota un mio ex collega e ormai non riesco più a togliermela dalla testa!). 

Arriva il “gran giorno” 
20 Ottobre 2012, Casa Museo di Villa Mazzucchelli, Ciliverghe di Mazzano. 
“Ciao! Piacere Emanuela…Arricciaspiccia!” Si, è così che ci si presenta tra food blogger e puntualmente si hanno due possibilità (solo due): 
opzione 1. l’altra food blogger ti guarda-annuisce-sorriso di circostanza ed emette un “Ah!” e si presenta – questo tradotto in pensieri sarebbe: “Ma chissà chi cavolo è sta qui…e poi, che nome idiota ha il suo blog, mah!” 
opzione 2. “Ma dai?!?! Sei tu?!?!....Ma ciaoooooo!!! Che bello conoscerti!” – quando questo accade tu devi sperare di conoscere altrettanto bene il blog della tua “fan” altrimenti tocca a te l’”opzone 1” e li, devi cercare di tirar fuori la Sofia Loren che c’è in te, altrimenti la figuraccia è assicurata :)!

Si comincia con un “pranzo leggero” e si continua con una “gran merenda” grazie alla maestria del Maestro Pasticcere Iginio Massari che più che una lezione di pasticceria tiene una “lezione di vita” raccontando aneddoti e curiosità spaziando dalla chimica alla storia dal lavoro di una vita ai nuovi progetti…una persona brillante, colta, affascinante: un uomo che non ti stancheresti mai di ascoltare. 


Qui vedete alcune delle bontà che ci ha insegnato a preparare e prometto che pian piano proverò le sue ricette e le pubblicherò svelandovi anche un po’ dei suoi segreti… 



E poi subito una nuova avventura: un corso di fotografia tenuta da Riccardo Lettieri, fotografo de La Cucina Italina e…Santo, si, perché solo un Santo poteva sopportare lo starnazzare di tutte noi, me in primis, che ogni mezzo secondo lo interrompevamo facendogli le domande più idiote del mondo! Arrivata con una Reflex nuova di pacca e convinta di imparare tutto in due orette…solo io posso avere queste pretese! Un grande fotografo e un uomo che dopo questa giornata, ma che dico, in sole due ore ha conquistato Paradiso e molto di più. Nonostante lui sia impazzito io ho imparato, davvero! Quello che so (pochissimo, ovvio, ma mooooolto più di prima!) lo devo a lui! 
E via a fotografare tra i banchetti dei ari produttori e tra uno scatto e l’altro l’assaggio è d’obbligo… 



Arriviamo a Domenica...alle 9 si parte alla volta di Bagolino. Il Signor Salvadori Amerigo e consorte ci aspettano nella loro casa, nonché azienda agricola dove lui con l’aiuto della sua gentilissima Signora producono il formaggio più pregiato d’Italia, d’Europa e del Mondo: il Bagòsss


Il loro lavoro comincia quando la maggior parte di noi è ancora sotto le coperte. Si screma il latte utilizzando un apposito attrezzo in rame e filtrando il latte attraverso degli aghi di pino, si mette sul fuoco a 37°C e si aggiunge il caglio di modo che il latte coaguli, si rompe più volte il coagulo e in ultimo si aggiunge il tocco di colore: lo zafferano. 


Si raccoglie e compatta il tutto in forme che poi vengono fatte spurgare e inserite in una forma di legno all’interno della quale viene posizionato un nastro di plastica con su inciso il suo nome, Bagòss e la sua “data di nascita”. Viene fatto spurgare nuovamente con un peso sopra. 



La forma di Bagòss è pronta per iniziare ad essere coccolata a dovere: per 4 mesi la forma verrà unta con olio di lino per 8 giorni, dopodiché ogni 12 giorni, per mantenere l’umidità all’interno del formaggio. La salatura sarà invece fatta ogni 3 giorni e così, piano piano, con tanta fatica si arriva ad avere il formaggio più pregiato che ci sia, un formaggio che nasce dall’amore di piccoli produttori che decidono di dedicare la loro vita al portare avanti una tradizione e tenere alto il nome del Nostro meraviglioso Paese in tutto il Mondo. 

Il Bagòss di solito ha 3 gradi di stagionatura: 1 anno, 2 anni o 4 anni. 


Assaggiarli freschissimi, appena tagliati e uno dopo l’altro mi ha permesso di percepire le differenze: come potete immaginare il primo è leggermente più “dolce”, il secondo è più “pungente” e il suo sapore più marcato, il 4 anni ha pasta molto più friabile e con un sapore ancora più deciso.

Ottimo è anche il burro prodotto dal Bagòss (si ottiene con la crema del latte che viene eliminata per produrre il Bagòss) che va letteralmente a ruba e con il quale ho fatto una brisé per una torta di verdura fatta di “Eccellenze” che pubblicherò venerdì. 
Se non avete mai assaggiato questa delizia, correte a comprarla…non ve ne pentirete!

lunedì 29 ottobre 2012

Tea time...GdF I miss u

Giornata uggiosa e un po’ malinconica con nel cuore quella che è stata un’esperienza a dir poco meravigliosa. 

Quando Patty mi aveva chiesto se sarei andata al Salone del Gusto io le avevo semplicemente risposto che mi sarebbe piaciuto andare…come visitatrice curiosa e amante della cucina ovviamente, ma mai e poi mai avrei pensato di ritrovarmi poche settimane dopo a girare per il Salone con al collo il mio bel cartellino con su scritto “ Gente del Fud - Emanuela – Arricciaspiccia”…è stato il destino: un insieme di coincidenze fortunate (fortunatissime!) mi hanno permesso di vivere due giorni splendidi. 


Un gruppo di persone entusiaste e sorridenti, dalle 11 del mattino alle 11 di sera, una Famiglia, perché Garofalo e Gente del Fud sono esattamente questo una famiglia, si certo, una famiglia numerosa come quelle del Sud che accolgono a braccia aperte qualsiasi “nuovo arrivato” trattandolo come uno di loro, accogliendolo fin dal primo istante con un sorriso che allaga il cuore. 


E così queste due giornate sono volate, tra nuove amicizie, chiacchiere, show cooking, giri per gli stand e acquisti…tanti…tantissimi, va bene! Lo ammetto :)! 


Giornate talmente ricche di emozioni da non farti sentire la stanchezza…mi dirai, con tutte le energie che avevo in corpo considerando che iniziavo a mangiare alle 11 e continuavo ininterrottamente, senza sosta alcuna, fino alle 23, un calo di zuccheri non c’era pericolo che arrivasse! 


Ero felice, ecco si, semplicemente FELICE e mi sono sentita a CASA, fin dal primo istante! 

GRAZIE di CUORE a EMIDIO, a GIORGIO, a tutto l’efficientissimo STAFF e a ogni FUD-AMICA/O che ho avuto la fortuna di conoscere o ritrovare! 

A voi dedico questa torta burrosa, perfetta per combattere la malinconia e il freddo che ormai ha fatto prepotentemente irruzione nelle nostre giornate… 

Torta al burro e marmellata di fichi d’india


Per la frolla al burro:
150 gr di farina di mais Biancoperla
100 gr di farina di riso
100 gr di mandorle con la pelle
250 gr di burro del Caseificio Sepertino
100 gr di zucchero semolato
50 gr di zucchero di canna
300 gr di marmellata di fichi d’india 


Per la frolla al burro: 
Tritare le mandorle nel mixer con un cucchiaio di farina di riso e unirle alle altre farine e allo zucchero. Aggiungere il burro freddo di frigo tagliato a pezzetti. Lavorare velocemente con la punta delle dita ottenendo tante briciole. 


Imburrate e infarinate una tortiera. Versatevi sopra metà delle briciole e compattatele aiutandovi con il dorso di un cucchiaio o con le mani. Coprite la base con la marmellata e disponetevi sopra le restanti briciole in modo uniforme. 


Infornate in forno già caldo a 180°C (ventilato) per 30-35 minuti. 


Lasciate affreddare. Potete servirla a temperatura ambiente e avrà una consistenza più “briciolosa”, altrimenti potete metterla un pochino in frigo e tirarla fuori una mezzoretta prima di servirla. 


Il burro deve essere straordinariamente buono se si vuole fare questa torta nella quale il sapore del burro si sente inevitabilmente, ma se il burro è di primissima qualità come quello che mi ha regalato la Signora Anna Maria del Caseificio Sepertino, allora questa torta diventa una vera delizia! 

La farina di mais Biancoperla viene prodotta a Castelfranco Veneto (TV) ed è un presidio Slow-Food. Di questa farina vi parlerò con un pochino più di calma nei prossimi post.

venerdì 26 ottobre 2012

Croccante alla frutta

Vi piace il croccante?!
E la frutta?!
Se avete risposto SI ad entrambe le domande, allora questa ricetta fa per voi!

Il croccante è velocissimo da fare, stupisce sempre e non delude mai...e con l'aggiunta della frutta disidratata Noberasco è davvero una chiccheria!

Croccante alla frutta


mandorle a lamelle Noberasco
zucchero semolato
pere disidratate Noberasco
mele disidratate Noberasco
kiwi disidratato Noberasco
albicocche disidratate Noberasco
ciliegie disidratate Noberasco
datteri secchi Noberasco


Per prima cosa fate tostate le mandorle in una padella antiaderente facendo attenzione che non brucino. Tenetele da parte.
Tagliate a cubettini piccoli la frutta disidratata.
Fate caramellare lo zucchero a secco in un pentolino (passerà diverse fasi, subito si compatterà e diventerà bianco bianco, poi inizierà a creparsi e colorirsi. 
Prima che sa pronto stendete un foglio di carta da forno sul piano di lavoro, tagliatene uno di ugual misura (meglio abbondare come dimensioni!) e munitevi di un matterello.
Quando è color caramello chiaro spegnete il fuoco non togliendo però il pentolino. Aggiungete le mandorle e mescolate bene. Rovesciate il composto sulla carta da forno, appoggiatevi sopra l'altro foglio, stendete con il matterello, disponete sopra la frutta secca, rimettete la carta da forno e schiacciate nuovamente con il matterello. 
Queste ultime fasi devono essere fatte alla velocità della luce :) altrimenti il croccante si solidifica.



E con questa ricetta tutta frutta secca e frutta disidratata vi ricordo il mio Contest in collaborazione con Noberasco. Vi lascio il banner qui sotto che vi rimanda direttamente alla pagina con il regolamento! Non dimenticate che ci sarà uno splendido cesto Noberasco per chi vincerà :)! 


mercoledì 24 ottobre 2012

Starbooks di Ottobre ultimo round: Skillet Cornbread

La "fedite" (ossia il dover fare come minimo due volte una ricetta prima che venga!) ha colpito ancora e questa volta in occasione di una ricetta per lo Starbooks...accipicchia!
Proprio non ci voleva!

Ma in realtà quello che vi racconto oggi è testimonianza di quanto è preciso il lavoro che fanno le Starbookers: prima di "cassare" una ricetta o un libro ce ne vuole e se una ricetta non viene alla prima si mette subito in discussione se stesse, non l'autore/autrice.



La ricetta di oggi è lo skillet cornbread...ma non c'è nessun BBQ mi direte?! Eh si, questo lo so bene anche da me, e aggiungerei..."purtroppo"! Vi starete domandando come mai io abbia tirato fuori il BBQ (barbecue per inciso!) e avete tutte le ragioni del mondo se anche voi come me non siete mai state ad una grigliata negli States. Questo "pane di mais" è il classico accompagnamento della carne in quelle occasioni, non manca mai! BBQ chiama cornbread, un binomio indissolubile! Soprattutto nel Sud degli Stati Uniti e nel Sud-Ovest viene spesso arricchito con peperoncini e formaggio.

L'ingrediente "must" del corn bread è il latticello ed è proprio sul latticello che sono caduta, metaforicamente sia chiaro :)!
L'errore è stato quello di affidarmi ad un blog di cucina che a questo punto posso dire essere inaffidabilissimo (per "deontologia professionale" non citerò mail il nome!). Suggeriva di fare il latticello usando yogurt magro (categoricamente no lo yogurt greco) e latte scremato in proporzione metà e metà.
Ho fatto il mega errore di seguire questo consiglio...mannaggia a me! Il risultato?!
Il mio cornbread ha dovuto cuocere 40 minuti in più! Troppo troppo liquido l'impasto!

Dannazione! Momento di crisi! Martha ha sbagliato?!?...nooooooooo! Non può essere!
Ne prendo atto, faccio la foto di quello che è venuto (le prime che vedete) e me ne faccio una ragione.
Questa "ragione" è durata mezza giornata. E la consapevolezza che l'errore stesse tutto li, nel latticello home made, mi ha fatto subito pensare: Devo riprovarci! Assolutamente!

Chiedo a Ale (un pozzo di scienza!) la sua ricetta del latticello (metà latte parzialmente scremato e metà yogurt greco intero) e ricomincio...

E così: compra la teglia da 20 cm (eh si, a Milano non l'avevo!), yogurt greco, latte, bicarbonato, l'uovo lo avevo e anche la farina di polenta...ok...si riparte :)!
Il procedimento è sempre lo stesso, estremamente semplice...10 minuti ed è in forno! Inizia a colorirsi e "comportarsi" esattamente come dice Martha...25 minuti e lo tiro fuori! Perfetto!

Lo lascio intiepidire e poi lo sformo...mi accorgo che è ancora tanto umido al centro, come se fossero rimaste delle parti di yogurt in certi punti, come se non lo avessi amalgamato bene con il latte per formare il latticello home made...allora un po' preoccupata lo rimetto in forno altri 10 minuti con forno ventilato. Lo tiro fuori ed è sempre un po' umidino, ma decido di lasciarlo intiepidire senza rompergli più le scatole.

Poi la Ste mi conferma che questo corn bread non deve avere la consistenza compatta e asciutta di un pane, ma piuttosto quella di una torta e deve essere morbido e un po' umido all'interno (questo però la mia adorata Martha non lo dice eh!) altrimenti inciua (mmm...mi sa che è genovese!!!...la traduzione?!...cavoli! È difficile! Diciamo che significa che non va giù se non con un bel sorso d'acqua!).

E infatti Ste aveva ragione! La parte centrale rimasta più umida è la parte più buona!

Con questi due esperimenti credo di poter finalmente dare un giudizio oggettivo su questa preparazione...vi do la ricetta con la mia piccola precisazione sulla cottura.

Skillet Cornbread


olio di oliva per la padella
180 gr di farina di mais, preferibilmente macinata a pietra
30 gr di farina (io farina di riso)
65 gr di zucchero
1 cucchiaino di lievito
1/2 cucchiaino di bicarbonato di sodio
1/2 cucchiaio di sale grosso
250 ml di latticello (125 gr di latte parzialmente scremato + 125 gr di yogurt greco intero)
125 ml di latte (io parzialmente scremato)
1 uovo grande, leggermente sbattuto
30 gr di burro fuso e fatto raffreddare
35 gr di jalapen͂os* in scatola tagliati a pezzetti (io peperoncini piccanti)


Preriscaldare il forno a 220°C. Ungere leggermente una padella di ghisa (io una teglia) di 20 cm di diametro e scaldarla in forno.

Nel frattempo, unire insieme in un capiente recipiente la farina di polenta, la farina normale (io farina di riso), lo zucchero, il lievito, il bicarbonato e il sale. Unire il latticello, il latte e l’uovo; aggiungere al composto di polenta e mescolare per amalgamare. Aggiungere il burro sciolto e i peperoncini piccanti, mescolando per incorporarli.

Togliere la padella dal forno e versarvi la pastella (sfrigolerà). Cuocere fino a quando non sarà dorato-scuro intorno ai bordi e sodo al centro, 25-30 minuti. Lasciar raffreddare nella padella prima di tagliarlo in quadrati o fette. Servire tiepido o a temperatura ambiente.

(*) Gli jalapen͂os sono dei peperoncini di origine messicana non molto piccanti. Si consumano freschi o sott'aceto.

Miei consigli:

- Preparate la pastella, poi mettete la teglia unta nel forno, aspettate 2 minuti e poi versatevi la pastella, altrimenti se lo lasciate troppo nel forno l’olio brucerà.
- Cuocetela 20 minuti a forno statico sopra e sotto e poi 10-15 minuti con il calore solo sotto.



Considerazioni a prescindere da Martha:


- Quello che ho fatto la prima volta (a parte l'errore del latticello) nel quale ho rispettato tutte le dosi di zucchero e sale e ho aggiunto i peperoncini a me non è piaciuto granché…troppo troppo dolce per voler essere qualcosa di salato! Non so se mi sono spiegata! In realtà non so davvero come gli Americani possano mangiarlo con la carne…mah!
Quando ho visto che non mi era venuto sono andata a vedere un po’ di blog americani per capire come venisse fatto questo cornbread e la quantità di zucchero che da Martha corrisponde a quella che ho letto in tutte le altre ricette. Il fatto che sia dolce immagino sia una peculiarità.
Ma questa è solo una questione di gusto personale e di disabitudine a certi sapori. Sia chiaro, a me piace molto il connubio dolce salato, ma questo è troppo dolce e zucchero - peperoncini piccanti -carne...mmm…no piace :)!

-La seconda volta lo ho fatto di modo da poterlo mangiare al posto del pane, mettendo così solo 20 gr di zucchero (lo rifacessi metterei il doppio del sale e 10 gr di zucchero!) e non ho messo i peperoncini. Lo ho mangiato a colazione con la marmellata e al posto del pane durante i pasti e a me è piaciuto un sacco!
Immagino che in America questo “pane” non avanzi mai, ma a me è durato 5 giorni avvolto nella pellicola trasparente ed è rimasto sempre buonissimo!


Ed ora veniamo a Martha:


Up: La ricetta viene! E non è cosa da poco :)! Sono certa verrebbe alla prima se si avesse il latticello “original”. E immagino che anche la padella di ghisa faccia la sua parte.

Down: è da dieci minuti che guardo questa scritta e non so cosa scrivere…L’unica cosa che posso dire è sulla cottura, ma si sa che ogni forno è diverso e la padella di ghisa cambia le carte in tavola, non voglio giustificarla, ma ho trovato praticamente ovunque le sue stesse dosi e gli stessi tempi di cottura.


Tiriamo le somme:


Questa donna è una grande. Punto. Le tre ricette che ho provato non le abbandonerò mai più. Ho imparato tanto e conosciuto sapori nuovi, alcuni li ho amati altri meno, ma c’est la vie. La riuscita delle ricette è assicurata. Cosa si può volere di più?!
Io avevo fatte le fotocopie delle ricette che volevo fare dal libro della Ale...Pochi giorni fa lo ho ordinato perché lo voglio anche io...Credo che questo vi faccia capire più di tante parole quello che penso di questo libro e di Martha!

E ora non siete curiosi di sapere cosa pensano le altre Starbookers di questo libro?! Allora cosa aspettate, andate subito a curiosare da:

Mapi di La Apple Pie di Mary Pie: Zesty crab cakes
Stefy di Arabafelice in cucina: Pike Place Fish and Chips
Patty di Andante con gusto: Maple bundt cake
Ale di Ale only kitchen: Buffalo chicken Wings
Cri Vissi d'arte e di cucina: Pigs in a blanket
Gaia di La Gaia Celiaca: Caramelized onion dip and onion crisps + Corn muffins
Roby di Lechategoiste: stuffed mushrooms
Ale di Menuturistico: Sweet Potatoes Pie

lunedì 22 ottobre 2012

Arancini Svizzeri

Il contest di Tery sui Formaggi Svizzeri mi aveva conquistata fin dal primo istante, da quando lo ho scoperto all'iscrizione credo siano passati al massimo 5 minuti...

Avevo deciso di farmi arrivare il pacco dei formaggi a lavoro di modo da essere certa che ci fosse qualcuno sempre pronto a ritirarli e così appena la segretaria mi ha detto che era arrivato un pacco per me dalla Svizzera ho iniziato a saltellare per lo studio come una matta! E non vi dico quando ho aperto il pacco…3 kg e più di formaggio erano li, davanti a me…che meraviglia! Non stavo più nella pelle…sono corsa a casa e li ho assaggiati subito…che bontà! 

Avevo optato per Sbrinz ed Emmentaler, ero curiosa di assaporare “gli originali” e devo dire che sono stati una piacevolissima scoperta. Mi ero già fatta un’idea circa la ricetta da preparare, ma non conoscendo benissimo i due formaggi avevo bisogno della certezza…e l’ho avuta nel momento in cui li ho assaggiati. 

Volevo fare una sorta di arancini (o arancine), dico “sorta” perché non sono proprio degli arancini a tutti gli effetti, ma l’idea è partita da quelle deliziose palline dorate fatte con riso allo zafferano. Forse le mie “palline” sono un po’ un mix tra gli arancini e i supplì al telefono, non so, ma il concetto è quello: sono delle crocchette di riso allo zafferano (con l’aggiunta di fiori di zucca, così di stagione da non poter esimermi dall’utilizzarli e una grattatina di scorza di limone che da freschezza e “pulisce” la bocca dal fritto) la cui mantecatura è fatta con lo Sbrinz anziché con il classico Parmigiano. Questo risotto mi ha stupita! Era delizioso, nulla, ma proprio nulla da invidiare al classico risotto allo zafferano. 

E questa è la base di queste golosissime crocchette, dai, concedetemi la licenza di chiamarli arancini…posso?! Le siciliane non si arrabbino per favore! 

E all’interno?! Ovviamente dei cubetti di Emmentaler…Tutto richiuso a formare una sferette dorate ripassate nel pangrattato e via…tuffate nell’olio bollente per renderle croccanti e dorate fuori e calde e filanti dentro. Uno struzzichino che è una vera bontà, una tira l’altra e non si riesce proprio a dire basta! Sono molto soddisfatta e soprattutto sono davvero entusiasta di questi formaggi che, devo essere sincera, non conoscevo bene e sui quali ero un po’ scettica. Ma questo è il bello di avere un blog, avere la possibilità di conoscere e imparare ad apprezzare prodotti nuovi, come questi formaggi! 

E devo fare tantissimi complimenti a Tery e a al Consorzio dei Formaggi dalla Svizzera che hanno organizzato davvero un Contest con i fiocchi! 

Ed ora la ricetta che chiamerò… 

Arancini Svizzeri 


Per 8 arancini 
Per il risotto: 
100 gr di riso carnaroli 
5 cipollotti freschi (piccolini) 
10 fiori di zucca 
10 stimmi di zafferano 
Sbrinz grattugiato 
Olio evo 
Sale grosso 
Scorza di limone grattugiata (1/4 di cucchiaino) 
Vino bianco 
Per gli arancini: 
1 uovo piccolo 
3 cucchiai di pangrattato 
Pangrattato per impanare 
Emmentaler a cubetti 
Olio di arachidi per friggere 



Per il risotto: 

Pulite i fiori di zucca, lavateli e divideteli con le mani in striscioline. 
Mettete un cucchiaio d’olio evo in una casseruola e quando è caldo aggiungete i cipollotti tagliati finemente (solo la parte bianca e verde chiaro), salateli e asciateli appassire leggermente, quindi aggiungete il riso e fatelo tostare. Quando è caldo al tatto, sfumatelo con un dito di vino bianco (la misura è da prendere quando il vino è in un bicchiere!) e fatelo evaporare bene. Aggiungete 2 mestoli di acqua bollente e iniziate a mescolare. Salate con del sale grosso (non esagerate, si può sempre aggiungere, ma se è troppo salato è un problema!) Continuate ad aggiungere acqua bollente e girare. A metà cottura aggiungete i fiori di zucca, salate ancora un pochino se necessario. Fate cuocere ancora qualche minuto. (Sappiate che il riso dovrà essere lasciato al dente perché anche quando lo togliete dal fuoco il calore che è nei chicchi continua a farli cuocere, quindi fate attenzione altrimenti diventerà un pastone!) Più o meno quando mancano 2 o 3 minuti alla fine della cottura (guardate ciò che è indicato sulla confezione e poi fidatevi della prova assaggio!) aggiungete la scorza di limone, togliete dal fuoco e mantecate con una bella manciata di Sbrinz grattugiato. 
Mettete in una pirofila grande di modo che il riso possa raffreddarsi più in fretta. 




Per gli arancini: 
Quando il riso è ormai tiepido, quasi freddo, aggiungete l’uovo e il pangrattato. A questo punto mettete un po’ di pangrattato in un piatto e iniziate a formare le sferette con le mani, fate un buco al centro, aggiungete 4 pezzettini di Emmentaler (cubetti di mezzo cm di lato) e richiudete, passate nel pangrattato e adagiateli su un piatto coperto con carta da forno. Proseguite così per gli altri 7 arancini. Riponete in frigorifero fino al momento di friggerli. 

Scaldate abbondante olio di arachide in una casseruola (almeno 3 dita d’olio) e quando è ben caldo, immergetevi delicatamente gli arancini. Fate cuocere fino a completa doratura. Scolateli su un foglio di carta che assorba l’unto in eccesso, salateli se vi fa piacere e serviteli bollenti! 





Sbrinz  potete trovare qualche informazione circa questo buonissimo formaggio nella mia ricetta della "gricia Swiss Style" che tra l'altro è stata scelta della pasta Delverde e verrà cucinata al Sial (Salon International des Professionnel de l'Agroalimentaire) di Parigi! Un'altra piccola grande soddisfazione :)

Emmentaler DOP è riconosciuto in tutto il mondo come "il re dei formaggi". Per una forma di circa 95 kg occorrono 1200 litri di latte crudo naturale. I caratteristici occhi della pasta si formano durante il processo di stagionatura. Con la fermentazione naturale viene prodotta anidride carbonica che, non potendo fuoriuscire, si racchiude in determinate zone dell'impasto dando origine ai famosi occhi.

Con questa ricetta partecipo al contest di Tery di Peperoni e Patate in collaborazione con il Consorzio formaggi della Svizzera.



venerdì 19 ottobre 2012

Il pane dolce dello Shabbat, gluten free, as usual

Ormai sono stata contagiata dalla "fedite": se non faccio le cose almeno due volte non sono contenta! E così è stato anche per questo pane...



Mi sveglio presto il sabato mattina con il programma di fare questo quello e quell'altro...3 ricette perfettamente incastate con i tempi (almeno nella mia testa!). Poi scopro che una deve stare in forno 9 ore...9 ore?!? Ma è una follia! L'altra (l'indian pudding) fortunatamente fila liscia e la terza, la sfida del mese, sia perché è la ricetta per l''MTC sia perché è un pane e si sa che pane + "no glutine" = "no amici!". E così, questa consapevolezza, ma anche con tanta voglia di smontare questa "certezza", mi accingo a preparare il mio pane dolce.

Se non che, prendo il lievito e lo metto nell'acqua...passano 10 minuti...Della schiumetta neppure l'ombra...mah! Faccio finta di niente e inizio ad impastare...l'impasto non mi convince, ma continuo imperterrita, faccio una palla, canovaccio e...dopo un'ora non è cresciuto neppure di un micro millimetro...dannazione! Ma come mai?! Mi arrovello e mi demoralizzo...poi l'illiminazione! Ma che scema! Ecco cos'è stato: il lievito! Lo avevo comprato il giorno prima e tenuto fuori dal frigo per troppe ore a causa delle solite 8250 commissioni da fare in un pomeriggio (perché a noi una giornata tranquilla proprio non piace!)...ecco svelato l'arcano mistero...fiu! 

Posso riprovare :)!!!

E così, corri a comprare il lievito (grazie mamma, la mia segretaria tuttofare!) e poi, per una benedetta volta, Emanuela, puoi non fare di testa tua e affidarti a chi ne sa più di te?! Tipo lei...mi segno la sua ricetta e riparto...qualche piccola modifica in corso d'opera e l'impasto è pronto...bello lui! Tutto sofficioso! E lievita! Eccome se lievita! Che bello!!! 
E poi, il resto del procedimento ormai è storia...

Divido l'impasto in tre parti (le mie dosi erano minori rispetto a quelle di Ele) formo tre rotoloni, la allargo è lo farcisco. 
Con cosa?!?



Volevo che i colori racchiusi in questo pane fossero dei colori che mettessero allegria, che ricordassero i colori e i sapori dell'estate così ho scelto le albicocche e le fragole disidratate, i pistacchi e la mela tagliata a cubetti per dare all'impasto un po' di umidità, il tutto arricchito dal profumo della cannella, non troppa però, per non farla diventare dominante, ma solo un piacevole retrogusto.
Tutti questi colori volevano essere una piacevole e inattesa scoperta aprendo il pane e così ho deciso di mettere un colore scuro sulla superficie...avevo dei semi di nigella (cumino nero) che avevo acquistato e mai usato...questa era l'occasione giusta! E così è stato! 

Quindi torniamo a noi: richiudo i rotoloni e inizio a fare treccia...mmm...la treccia...un vuoto! Ma come diamine si fa?! Io le faccio in un modo tutto strano e con del pane "quel modo" non è particolarmente indicato! Avrei rotto tutto! L'intervento di mia mamma è stato quanto mai provvidenziale. Treccia finita la lascio lievitare e lievita! Che soddisfazione! Tuorlo d'uovo e semini di nigella e via in forno. 


Si colora bene, sembra una meraviglia, un sogno!



Tutto meraviglioso...

Non proprio tutto in realtà...ma io questa volta non c'entro nulla, davvero...

Appena l'ho assaggiata mi sono resa conto di quanto nonostante tutta la fatica fatta, il suo sapore non ricordasse neppure lontanamente quello di un pane "vero", la consistenza è completamente diversa, il profumo non ha nulla a che vedere con quello di un panbrioche...questo pane ha un odore, non un profumo, sa delle farine senza glutine (quelle dietoterapiche, indispensabili per fare i lievitati) e io questo odore lo ho odiato fin dalla prima volta che lo ho sentito...è inutile che ce la stiamo a raccontare, essere celiaci è una vera rottura, sarò anche inopportuna, ma è così. Forse parlo così perché io le cose che mangiano tutti le ho mangiare fino a 3 anni fa, forse perché sono un po' presa dallo sconforto dopo aver lavorato tanto per fare questo pane, che se fosse stato fatto con la farina normale sarebbe stato di una bontà incredibile e invece, era solo mangiabile, sarà che mi rendo conto che quei sapori pian piano non li ricorderò neanche più... non lo so...

Io so solo che questo pane dolce è bellissimo e fatto con tutto l'amore del mondo, ma non è buono, non buono come quello "normale" almeno. Io ci ho provato, ho comprato la farina senza lattosio, ho detto di tutto a mio papà perché stava pulendo la grattugia vicino al mio impasto (guai a contaminarlo, è il pane dolce dello Shabbat, papà! Non deve esserci nulla che assomigli al latte!), ho impastato con passione e sospirato di felicità quando lo ho visto lievitare e diventare bello gonfio, ho gioito quando lo ho sfornato...ho creduto di esserci riuscita, di aver superato i limiti del senza glutine, di esser riuscita a fare un pane buono e soffice...lo ho creduto, sperato...ma mi sbagliavo...

Pane dolce dello Shabbat (gluten free)


300 gr di farina senza glutine
2 uova
50 gr di zucchero (60gr è meglio!)
1 cubetto di lievito fresco
40 gr di olio evo
100 ml di acqua tiepida

Per il ripieno:
3 albicocche disidratate
4 fragole disidratate
1 cucchiaio di pistacchi di Bronte
mezza mela sbucciata
1 cucchiaino di cannella

per la finitura:
1 tuorlo
1 cucchiaio di acqua
semi di nigella (cumino nero)
La ricetta per l'impasto è quella di Simonetta  


Per l'impasto vi rimando alla ricetta di Simonetta che è impeccabile (io ho apportato solo due piccole modifiche: le quantità di zucchero e di acqua) e la trovate qui.
Prima di intrecciare i rotoli, bisogna però farcirli come spiega la Ele.
Io ho tagliato a cubetti piccolini tutta la frutta e a pezzetti i pistacchi.
Per la finitura o seguito il consiglio di Ele e ho aggiunto al tuorlo un cucchiaio di acqua e con questo ho spennellato la superficie, aggiunto i semi di nigella e poi infornato in forno già caldo e statico a 200°C per 20 minuti.


Questo week end sarò a Bagolino con La Cucina Italiana grazie al contest vinto con questa ricetta...La prossima settimana preparatevi ad un dettagliato resoconto :)! Buon fine settimana a tutti!!!

giovedì 18 ottobre 2012

Ma quanto è bella la mia Le Creuset rosa?!

Oggi vi lasco questa ricetta senza troppi preamboli, ma volevo assolutamente pubblicarla prima della fine del Contest di Ely…Sono anche andata a comprare il passaverdure pur di poter partecipare, si va bene, a Milano non lo avevo ancora, ma lo ho acquistato per l’occasione! 

Nooooooooo!!! Ma sarò rintronata! Perché non leggo mai tutto e inizio a saltellare qua e la leggendo distrattamente…grrr…come quando a scuola facevo prima i compiti di matematica e poi leggevo la teoria…che fenomeno che sono! Bene, il passaverdure potevo evitare di comprarlo, ma va bé, tanto mi serviva!!! 


A parte questo inciso delirante, torniamo a noi e alla ricetta: avevo comprato una patata dolce, poi dal fruttivendolo vicino all’ufficio ho visto del cavolo nero che non potevo esimermi dal comprare, poi una scamorza affumicata arrivata fresca fresca dalla Puglia grazie ad un mio collega (poverino, gli ho rotto talmente tanto le scatole che pur di farmi stare zitta me ne ha portate addirittura due…che tesoro!!!) e a completare il tutto questo freddo che ci ha fatto passare in quattro e quattrotto dall’estate all’inverno…Quindi è venuto da se che tutti questi ingredienti finissero dritti dritti in una minestra e così… 


Passata di cavolo nero e patate dolci con scamorza affumicata


Per 4 persone:
1 mazzo di cavolo nero
1 patata dolce
1 spicchio d’aglio
1 punta di peperoncino fresco
sale grosso q.b.
olio evo
scamorza affumicata 



Private il cavolo nero della costa interna, lavate le foglie e tagliatele a strisce non troppo sottili (2 cm va benissimo). Sbucciate la patata e tagliatela a cubetti. 

Tagliate lo spicchio d’aglio in due e tagliate a rondelline il peperoncino (deve piaccare un po’, ma senza esagerare, quindi decidete voi quanto metterne in bas al vostro gusto, ma non omettetelo, mi raccomando!). 

In una casseruola capiente fate leggermente soffriggere in 1 cucchiaio d’olio evo l’aglio e il peperoncino, quindi aggiungete le foglie di cavolo nero (vi sembreranno tantissime, ma quando appassiscono il volume diminuisce drasticamente) e la patata dolce, fate insaporire mescolando frequentemente, aggiungete un cucchiaino di sale grosso, coprite con acqua bollente, coperchiate e fate sobbollire per 2 ore. 

Quando le foglie del cavolo saranno tenere, togliete lo spicchio d’aglio e il peperoncino e passate con il passaverdura tenendone da parte 1 mestolo che metterete sul fondo delle cocottine. 

Accendete il forno a 180°C. 

Affettate sottilmente la provola affumicata. 

Disponete sul fondo delle cocottine un po’ di minestra non passata, quindi uno strato di povola, poi uno starto di passata di cavolo e patate, la scamorza, passata e in ultimo la scamorza. Passate in forno per 10 minuti e poi 5 minuti sotto il grill a 200°C. 

Servite subito accompagnando questa zuppa con delle galette serrasin (qui la ricetta) rese croccanti facendole scaldare su una padella antiaderente per alcuni minuti.




Poi, visto che Simone (Rugiati - che sarà il giudice del contest di Ely, che tra l’altro…Elyyyyyyyyy…ma tu, questo Rugiati perché non me lo presenti che è così carino?!) non mi invita a Cuochi e Fiamme, la mini cocottina di Le Creuset me la sono comprata io…è troppo bella!!! Tutta rosa poi…un bijou

Le patate dolci  mi ricordano tanto la zucca, quella mantovana bella farinosa. Sono buonissime! Ora che ho scoperto dove comprarle non mi ferma più nessuno! 

Il cavolo nero  ha le foglie molto dure e per questo necessita di una cottura lunga. Non sarà semplicissimo passarle proprio perché ha le foglie molto fibrose, ma non desistete, sentirete che bontà! 




Come già vi ho detto con questa ricetta partecipo al contest “Colora il tuo autunno” di Ely di “Nella Cucina di Ely” che ho avuto la fortuna d conoscere in occasione della Food Experience di Mondadori

La categoria, dopo tutta la pappardella che vi ho fatto sul passaverdure, è ovviamente "Passì Amo".


E partecipo anche al contest di About Food “Tutto al Gratin”.


Già che siamo in tema di contest vi ricordo il mio "Wow!Che Dolce!" con tema la frutta secca e disidratata Noberasco...vi aspetto :)!

mercoledì 17 ottobre 2012

Starbooks di Ottobre secondo round: Indian Pudding

Appena ho visto questa ricetta sul libro di Martha ho subito pensato che avrei assolutamente dovuto provare a farla e dopo averla assaggiata devo dire che il mio sesto senso non si era sbagliato…è di una bontà disarmante! Il sapore della melassa dona a questo pudding un sapore completamente diverso da quelli ai quali siamo abituati. Ha un sapore deciso, per niente stucchevole, anzi, ha proprio bisogno di essere accompagnato da del gelato alla vaniglia o da panna come suggerisce Martha, altrimenti risulta fin poco dolce poiché di zucchero non ce n’è neanche un microgrammo…è tutto affidato alla melassa che rende questo dolce così , così…incredibilmente americano! 


Appena ho letto "Indian Pudding" ho subito pensato a qualcosa di speziato come è tipico della cucina Indiana e visto che tra gli ingredienti c’erano delle spezie (cannella e zenzero) nella mia testa ho subito pensato: "Ecco, vedi, ovviamente avevo ragione!". E invece no! Proprio per un tubo! 
Il nome indian Pudding deriva da “Indian meal” (farina indiana), un altro modo per indicare la farina di mais, alla base dell’antica cultura Indiana. I coloni Europei iniziarono subito ad utilizzare questo cereale per le loro ricette tradizionali, ma si resero presto conto che il mais non aveva le stesse caratteristiche del grano non avendo glutine, così dopo vari esperimenti ovviarono al problema adottando per questo tipo di pudding una cottura molto lunga a bassa temperatura. La ricetta dello “sweet-corn-and-molasses spoon bread” appare in alcuni dei primi libri dicucina americani, in particolare nelle raccolte regionali prvenienti dal Massachussets e dagli stati intorno New England. 
Questo dolce ha una forte valenza storica rievocando il periodo del Colonialismo, ma purtroppo è un dolce passato un po’ in disuso, nonostante abbia il grandissimo pregio di essere fatto con ingredienti che tutti hanno in dispensa (gli Americani ovviamente, sfido chiunque ad avere un barattolo di melassa in dispensa!) e davvero velocissimo da fare, senza bisogno di strumenti particolari, bastano un pentolino e una frusta…and no more! 

Indian pudding 

Per 8 persone :
960 ml di half and half cream (io l’ho sostituita con 480 ml di latte parzialmente scremato e 480 ml di panna fresca) 
180 ml di melassa 
60 gr di burro non salato 
4 cucchiaini di zenzero in polvere 
1 cucchiaino di cannella in polvere 
1 cucchiaino di sale 
60 gr di farina di mais fioretto 


Preriscaldare il forno a 140°C. In una casseruola di medie dimensioni mescolare il latte, la panna (o l’half and half se lo trovate), la melassa, il burro, lo zenzero, la cannella e il sale. Porta a ebollizione, mescolando per amalgamare il composto. Togliere dal fuoco e unire la farina mescolando con una frusta finché il composto non sarà liscio e omogeneo. 

Trasferire il composto in una teglia quadrata di 20 cm di lato e inforna finché il pudding non si è solidificato, ma ancora leggermente morbido (tremolante) al centro se leggermente mosso. Circa 2 ore, 2 ore 2 mezza. Lasciar raffreddare 30 minuti; servire tiepido o a temperatura ambiente accompagnato con panna montata o gelato alla vaniglia a seconda dei gusti.

La melassa  è il liquido bruno che si separa dallo zucchero per centrifuazione. Quella che si utilizza solitamente per i dolci è quella derivante dalla canna da zucchero. Con la melassa viene prodotto il Rum. 
Ha una consistenza molto più densa e collosa rispetto al miele e il sapore che ha è un po’ come quello del caramello quando viene fatto cuocere un po’ troppo diventa leggermente amarognolo. 

L’half-and-half-cream è un prodotto tipicamente americano ed è una sorta di panna fresca con una percentuale di grassi (da 10 a 18 %) molto più bassa della nostra (35 %). Quindi, visto che in Italia è introvabile, si può sostituire con metà latte parzialmente scremato e metà panna fresca. 


Ed ora il giudizio: 
Up  questo dolce è strepitoso! Non posso che parlarne bene! Tutte le persone che lo hanno assaggiato ne sono rimaste entusiaste. Ha un gusto particolare, questo è indubbio, ma ha un sapore così diverso dai soliti e allo stesso tempo così buono che crea dipendenza. E’ un dolce che va mangiato a piccole dosi: anche io che sono golosissima non sono riuscita a mangiarne più di una porzione perché ha un sapore molto forte e deciso, ma è uno di quei dolci che lì per lì ti sazia, ma dopo mezz’ora ne mangeresti un’altra cucchiaiata! E’ un dolce che rifarò…sono già in astinenza! 
Cottura e dosi perfette. Io lo ho fatto cuocere 2 ore ed è rimasto buonissimo! Ho dovuto mettere il forno a 120° ma solo perché il mio è troppo forte e chi mi segue lo sa bene che mi lamento sempre del mio forno assassino che mi carbonizza tutto quello che ci finisce dentro. E visto che mi si stava bruciando la superficie dopo 20 minuti, ho coperto il pudding con un foglio di alluminio e si è cotto perfettamente comunque. 
Il consiglio di servire questo dolce con gelato alla vaniglia o panna montata è da seguire assolutamente perché, come dicevo prima, di per se il pudding non è molto dolce e ha proprio bisogno della parte zuccherina e poi, il connubio tiepido del pudding e freddo del gelato è la morte sua! 
Down nessuno! Oggi dichiaro apertamente il mio amore per Martha! 

E oggi il menù dello Starbooks offre anche: 
Mapi di La Apple Pie di Mary Pie: Tamale Pie
Stefy di Arabafelice in cucina: Coconut cake
Roby di La Chategoiste: Oatmeal raisins cookies
Patty di Andante con gusto: Buttermilk Fried Chicken
Ale di Ale only kitchen: New England clam chowder e Frittelline di mais e cipolle
Cri di Vissi d'arte e di cucina: Torta di ananas rovesciata
Ale di Menuturistico: Hamburger
Gaia di La Gaia Celiaca: Caramel Corn Ice Cream

lunedì 15 ottobre 2012

Gricia Swiss Style

Ma si può arrivare a 26 anni senza aver mai mangiato, né cucinato una pasta alla gricia?! NO! Certo che non si può, non ci sono scuse, tantopiù se sei una foodblogger. Dovevo rimediare! Assolutamente! E anche in fretta! 

Poi guardo il frigo e vedo li questa forma perfetta giallo paglierino di questa prelibatezza svizzera: lo SBRINZ DOP! 2 kg di puro godimento che si è materializzato miracolosamente nel mio frigo grazie a Tery e al suo bellissimo contest "La Svizzera nel piatto" organizzato dal Consorzio Formaggi della Svizzera

E così, ho fatto 2+2 (ecco che esce fuori lo spirito da ingegnere!) et voilà…una gricia fatta usando lo Sbrinz anziché il pecorino romano…e il tocco “moderno” delle cipolle caramellate…Spaziale! 

Spaghetti alla gricia swiss style


Per 4 persone:
320 gr di spaghetti di riso integrale
200 gr di guanciale
SBRINZ DOP gratuggiato (a piacere, comunque abbondate!)
Olio evo
Pepe 


Per le cipolle caramellate:
1 cipolla bianca
4 cucchiai di zucchero semolato
acqua q.b. 



Per le cipolle caramellate: 
Affettate sottilmente la cipolla e mettetela in un pentolino con lo zucchero e 1 dito d’acqua. Fatela cuocere coperta finché non sarà morbida. Togliete il coperchio e fate evaporare l’acqua di modo ottenere le cipolle trasparenti e caramellate. 

Per la pasta alla gricia: 
Mettete a bollire in una pentola capiente abbondante acqua. 
Tagliate a listarelle spesse 1 mm il guanciale. 
Quando l’acqua bolle, salatela e buttate gli spaghetti. In una padella mettete 2 cucchiai di olio evo e il guanciale. 
Fate cuocere finché la parte di bianca del guanciale non diventa trasparente, quindi spegnete (non fatelo rosolare troppo mi raccomando!). 
Scolate gli spaghetti quando mancano 3 minuti alla fine di cottura e tenete da parte l’acqua di cottura. Versate la pasta nella padella, aggiungete un mestolo d’acqua e mescolate gli spaghetti continuamente, risottandola. 
Aggiungete lo SBRINZ grattugiato, pepate e unite ancora un po’ d’acqua di cottura per mantecare. Impiattate, aggiungete un po’ di Sbrinz DOP grattugiato fresco, una macinata di pepe e completate con le cipolle caramellate. 



Lo SBRINZ DOP  è il più antico formaggio svizzero a pasta extradura e viene prodotto da 5 secoli nei cantoni della Svizzera Centrale. E’ fatto con latte vaccino fresco non pastorizzato di mucca. Viene fatto stagionare in “camere di essudazione” per minimo 16 mesi. La massima maturazione, che conferisce al formaggio un gusto molto intenso, si ha tra i 24 e 30 mesi. 
E io cosa ne penso?! Mi ha colpita! Positivamente, chiaro, più lo mangio più mi piace ! Ha un sapore delicato, ma deciso, mai pungente ed è digeribilissimo! E’ buono da solo, in una galette serrasin o grattugiato, detta alla Facebook…”MI PIACE”. 


Il guanciale ci vuole quello, è inutile! I Romani hanno ragione, in tutto e per tutto! E’ di una bontà incredibile! Ci vuole quello, punto e basta! 

Le cipolle caramellate sono strepitose con questa pasta: la loro dolcezza contrasta deliziosamente con la sapidità del guanciale e dello Sbrinz…da provare, fidatevi! 


Con questa ricetta partecipo al contest di Tery di Peperoni e Patate "La Svizzera nel piatto" organizzato dal Consorzio Formaggi della Svizzera.